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              Coronavirus: che sarà dei contratti pendenti?

              La diffusione nelle aree più industrializzate d'Italia – e tra le più sviluppate d'Europa – del virus COVID-19 - Coronavirus, impone alcune sintetiche riflessioni in merito all'impatto delle disposizioni d'urgenza adottate dal Governo sulle economie della Lombardia e del Veneto e, segnatamente, sui contratti in corso di esecuzione.

              Date: 26/02/2020

              Rispetto a questi contratti, infatti, potrebbero sorgere problematiche connesse al relativo adempimento e, conseguentemente, occorre valutare l'opportuna strategia per scongiurare l'aggravamento, sotto il profilo economico, degli impatti del Coronavirus.

              1. I provvedimenti d'urgenza per la gestione del Coronavirus

              Come noto, sono stati pubblicati molteplici provvedimenti d'urgenza, volti alla gestione del fenomeno. Negli ultimi giorni, in particolare, il Governo italiano è dapprima intervenuto con l'ordinanza del Ministero della salute datata 21 febbraio 2020, in cui sono state fissate alcune misure generali per la gestione del contagio. 

              Il rapido aggravamento della situazione, in uno con la necessità di disporre provvedimenti mirati per il contrasto e la gestione dell'emergenza, ha costretto all'adozione del decreto-legge 22 febbraio 2020, n. 6 il quale ha previsto che "allo scopo di evitare il diffondersi del COVID-19, nei comuni o nelle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un'area già interessata dal contagio del menzionato virus, le autorità competenti sono tenute ad adottare ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all'evolversi della situazione epidemiologica". 

              Lo stesso decreto-legge elenca le misure "di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all'evolversi della situazione epidemiologica" che possono essere applicate per fronteggiare l'emergenza occorsa. Tra di esse: (i) il divieto di allontanamento dai e di accesso ai comuni interessati dal contagio; (ii) la sospensione di eventi e manifestazioni di qualsiasi natura; (iii) la chiusura di tutte le attività commerciali, esclusi gli esercizi commerciali per l'acquisto di beni di prima necessità; (iv) la sospensione delle attività lavorative per le imprese, ad esclusione di quelle che erogano servizi pubblici essenziali e di pubblica utilità e di quelle attività che possono essere svolte in modalità domiciliare e (v) la sospensione o limitazione dello svolgimento delle attività lavorative nel comune o nell'area interessata nonché delle attività lavorative degli abitanti di detti comuni o aree svolte al di fuori dell'area indicata.

              Con Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, in data 23 febbraio 2020, dette misure sono poi state concretamente eseguite per alcuni comuni lombardi (tra cui, Casalpusterlengo, Codogno, Somaglia e Castiglione d'Adda, tra i principali) e per l'unico comune veneto (Vo') interessati dal contagio. Queste misure rimarranno in vigore per quattordici giorni dall'entrata in vigore del provvedimento, salvo proroga. 

              Contestualmente, analoghe misure, seppure meno stringenti, sono state adottate con ordinanza del Ministero della salute del 23 febbraio 2020, per l'intera Regione Lombardia e rimarranno in vigore fino all'1 marzo 2020 (salvo, anche in questo caso, proroga). Tra queste, oltre alla sospensione di eventi e manifestazioni di qualsiasi natura, viene in evidenza (i) la chiusura delle manifestazioni fieristiche e (ii) la chiusura di attività commerciali quali bar, locali notturni ed altri esercizi di intrattenimento, dalle 18 fino alle 6 del mattino, nonché delle attività commerciali presenti all'interno di centri commerciali e mercati – e diverse dai punti vendita di generi alimentari – nelle giornate di sabato e domenica. È opportuno sottolineare, per completezza, che il mancato rispetto delle predette misure sarà sanzionato nei termini di cui all'art. 650 c.p., ai sensi del quale la mancata osservanza di un provvedimento dell'Autorità, salvo che il fatto non costituisca più grave reato, è punita con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a duecentosei euro.

              2. L'impatto sui contratti pendenti 

              Seppure la durata di tali misure sia limitata a pochi giorni (e sempre che non vengano disposte proroghe), i provvedimenti in esame – il cui filo conduttore è la limitazione, direttamente e/o indirettamente, di molte attività – potrebbero incidere in maniera rilevante sulle relazioni economiche e commerciali delle aree interessate.

              A titolo esemplificativo, nelle aree interessate dai provvedimenti più stringenti, le limitazioni delle attività lavorative potrebbero pregiudicare l'esecuzione di contratti da parte di aziende site nelle zone individuate, mentre le limitazioni degli spostamenti potrebbero compromettere la consegna di beni in dette zone per consentire la prosecuzione delle attività. La questione è analoga per le aree interessate da misure meno incisive (la Lombardia). Basti pensare, infatti, ai contratti per l'allestimento dei molteplici eventi ed iniziative nella città di Milano e che sembrano in effetti rientrare tra le manifestazioni fieristiche di cui – in caso di proroga dei provvedimenti – si dispone la chiusura. 

              Il rimedio generale previsto dal Codice Civile per tale tipologia di situazioni è quello dell'impossibilità sopravvenuta (di cui agli artt. 1256, 1258, 1463 e 1464 cod. civ.). In sostanza, i provvedimenti d'urgenza potrebbero costituire una causa di impossibilità oggettiva ad effettuare la prestazione. Conseguentemente, il contratto si risolverebbe ed eventuali importi già corrisposti andrebbero restituiti. 

              Ciò implica, evidentemente, che eventuali spese sostenute nelle more resterebbero a carico di chi è incorso nell'impossibilità sopravvenuta. A titolo di esempio, eventuali biglietti acquistati per qualsiasi tipo di evento di cui è stata disposta la sospensione (e.g., concerti, spettacoli teatrali) dovrebbero essere rimborsati considerando, da un lato, che è stata disposta sospensione di "manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico", nonché, dall'altro lato, l'impossibilità di effettuare l'evento dopo le 18:00, stante la chiusura di "bar, locali notturni e qualsiasi altro esercizio di intrattenimento aperto al pubblico" dopo quell'ora. Le spese già sostenute per l'organizzazione dell'evento (ad esempio, di marketing) resterebbero, tuttavia, in capo all'organizzatore.

              Tuttavia, la tematica presenta diverse zone d'ombra, che è opportuno approfondire. A titolo esemplificativo, l'eventuale cancellazione di un evento fieristico potrebbe non giustificare, in sé, la risoluzione per impossibilità sopravvenuta di contratti che attengono solo in senso lato alla fiera (pensiamo, ad esempio, alle prenotazioni dei viaggi e alberghi, come pure ad eventi di marketing promossi dai partecipanti all'evento poi annullato). 

              A tal fine, potrebbero venire in rilievo altri istituti, quale ad esempio la presupposizione (i.e., quando le parti, nel concludere un contratto, fanno riferimento ad una circostanza esterna – la fiera, nel caso di specie – attuale o futura, la quale costituisce presupposto del contratto e condizione implicita per l'avveramento dello stesso). Anche in questo caso, tuttavia, le conseguenze sarebbero quelle della risoluzione, viste poco sopra. 

              Analoghe considerazioni potrebbero valere nell'ambito delle filiere produttive, quando una parte della produzione si svolge nelle aree interessate dalle misure più restrittive. In questo caso, l'impossibilità di consegnare materiali e/o prodotti potrebbe, al più, scongiurare la contestazione dell'inadempimento nei confronti delle aziende site nelle aree lombarde e venete di cui al Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri datato 23 febbraio 2020 (ad esempio, Casalpusterlengo). 

              La stessa fattispecie, tuttavia, troverebbe difficilmente applicazione rispetto, ad esempio, al committente finale della produzione, al quale potrebbe essere obbiettata, dal cliente finale, la possibilità di rifornirsi presso altre aziende (estranee alle zone del contagio) per scongiurare l'inadempimento.

              Un diverso approccio, fondato sull'obbligo di esecuzione del contratto in buona fede, potrebbe condurre ad una rinegoziazione dei termini già pattuiti. Tuttavia, a prescindere dall'esito incerto delle negoziazioni, la possibilità di "obbligare" la controparte ad una rinegoziazione del rapporto potrebbe essere subordinata a previsioni contrattuali in tal senso. 

              Da quanto fin qui illustrato emerge chiaramente come la diffusione del virus, in uno con i conseguenti provvedimenti di risposta emanati dal Governo italiano, abbia – ed avrà – un impatto rilevante su molti dei contratti pendenti e da eseguirsi nelle aree interessate dall'emergenza. È quindi opportuno procedere ad un esame caso per caso dei contratti pendenti, al fine di valutare la migliore strategia per scongiurare inadempimenti e/o per evitare di aggravare i danni già occorsi. 

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